C’è un’eco che scivola dai pulpiti,
un rito di labbra che si schiudono
per augurare, a tutti, la serenità.
Ma quando può, un uomo,
dirsi davvero sereno?
Forse quando abita un luogo perfetto.
Una dimora impeccabile,
dove il silenzio è solo assenza di rumore.
Ma oltre il vetro, il mondo insiste.
Oltre la soglia c’è la folla dei vinti e dei feroci.
C’è il grido di milioni di bambini
che attraversano l’atrocità senza l’ombra di un gioco.
E muoiono nel rumore del nulla.
Se possiedi ancora una mente per capire,
un cuore che non è diventato pietra,
la tua pace non può che farsi sgomento.
La tua quiete diventa un debito che non puoi pagare.
Allora tacete i pulpiti.
Smettetela con questo vizio di augurare il vuoto.
Perché in questo tempo, fra questi uomini,
la serenità non è che un’ipocrisia dei sensi.
Non resta che smettere di volere,
smettere di spiegare.
E poi
restare in ciò che resta.
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